Francesco Ciotola
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EDITION DATA _
Formato chiuso 21x29,7 cm, 20 pagine inclusa la copertina, stampa digitale, interni stampati su carta Classic demimatt - Patinata opaca da 170 g/mq, copertina su Classic demimatt - Patinata opaca da 200 g/mq con plastificazione soft touch sul solo fronte, rilegatura a doppio punto metallico.Tiratura 15 copie.
Testo e cura editoriale — Luigi Grassi
C'è una soglia fragile, quasi invisibile, dove il reale si sfalda e lascia emergere ciò che non si percepisce con gli occhi, ma si intuisce attraverso la lente fotografica: un'eco, un'assenza, una presenza fuori fuoco. È in quel varco che si muove il lavoro di Francesco Ciotola: il suo obiettivo non è catturare la realtà, ma farne affiorare il fantasma.
Le sue immagini non raccontano, non spiegano: evocano. Nel bianco e nero ruvido e sgranato, tra ombre liquide e corpi che sembrano smaterializzarsi, si respira un'atmosfera che appartiene più al sogno che alla veglia. Figure umane emergono e si dissolvono nella nebbia, in corridoi deserti o stanze colme di luce, come tracce di un tempo sospeso. Quando il corpo è presente, è spesso sfocato, deformato, indistinto, non individuo, ma apparizione. Quando è assente, resta comunque il suo segno, una presenza latente che continua ad agire sulla scena.
L'immagine fuori fuoco diventa soglia, sospensione, enigma. La fotografia, in questo contesto, diventa esperienza sensoriale, non guarda: si fa pelle, respiro, vibrazione. Ciò che resta impresso non è l'oggetto, ma la sua aura. È un modo di guardare che non cerca il controllo, ma lo smarrimento.
Anche la natura, nei suoi scatti, è tutt'altro che idilliaca. Montagne, cieli, nebbie e stormi di uccelli si impongono come forze primarie, antiche, indifferenti all'umano. A tratti sembra che la macchina fotografica abbia colto qualcosa di atavico, che non doveva essere visto e in quell'istante rubato si apre una frattura, una vertigine. È come se la realtà, colta in fallo, si lasciasse scoprire nella sua nudità più cruda. Ogni immagine trattiene un'energia, tensione che si avverte anche quando tutto sembra immobile.
Lontano da ogni estetica del controllo, le immagini di Ciotola rifiutano la perfezione tecnica per abbracciare l'errore, la deriva, il margine. È un'estetica della sottrazione, dove la bellezza nasce non dalla forma, ma dalla tensione emotiva che vi si condensa. Mi ricordano Michael Ackerman, ma anche i paesaggi interiori di Tarkovskij, dove il tempo si dilata fino a implodere. Ogni fotografia diventa un varco, un punto di fuga da cui si sprigiona un senso altro.
Ciotola non fotografa luoghi o persone: fotografa il passaggio. L'istante in cui qualcosa muta, svanisce, o resta intrappolato tra ciò che è stato e ciò che non sarà più. Ogni scatto non mostra, ma fa percepire l'inquietudine, la nostalgia, l'oscillazione tra visibile e invisibile.
Guardare queste fotografie è entrare in uno spazio silenzioso, fatto più di memoria che di immagine; come se, alla fine, non contasse tanto ciò che vediamo, quanto ciò che ci resta addosso.
Un tempo sospeso che non racconta, ma ci abita, come un sogno di cui ricordiamo solo la traccia. È lì, nella mancanza di definizione, che l'immagine trova il suo respiro più profondo.
