Renato Esposito
la cupa
EDITION DATA _
Formato chiuso 21x29,7 cm, 20 pagine inclusa la copertina, stampa digitale, interni stampati su carta Classic demimatt - Patinata opaca da 170 g/mq, copertina su Classic demimatt - Patinata opaca da 200 g/mq con plastificazione soft touch sul solo fronte, rilegatura a doppio punto metallico.Tiratura 15 copie.
Testo e cura editoriale — Luigi Grassi
In un tempo in cui le immagini si accumulano ovunque e si consumano in fretta, la riflessione di Renato Esposito è chiara: molte fotografie oggi nascono già destinate a sparire, svuotate di profondità e memoria, perciò è importante restare negli occhi delle persone. Non si tratta di colpire, ma di lasciare una traccia, anche lieve, ma persistente.
Quando penso a Esposito come fotografo, mi appare come un sopravvissuto, continua a fotografare con consapevolezza, senza cedere alla fretta o all'imitazione, è diventato sempre più raro. Eppure lui insiste, cercando immagini che sappiano durare, che non si limitino a mostrare ma riescano, in qualche modo, a rivelare.
Nel suo lavoro si avverte una visione che, pur muovendosi in un ambito espressivo diverso, si avvicina all'atteggiamento di Mimmo Jodice: l'idea che la fotografia possa ancora essere uno strumento di pensiero, di sospensione, di ascolto. Non una raccolta di istanti, ma una forma di presenza.
La fotografia teatrale, per Esposito, si costruisce per piani successivi, come quinte che si aprono una dopo l'altra. Ogni immagine è un piccolo palcoscenico, e lo spettatore può decidere dove posare lo sguardo. In questo approccio affiora la distinzione proposta da Roland Barthes tra studium e punctum: da un lato l'interesse culturale e narrativo per ciò che l'immagine mostra, dall'altro quel dettaglio che ferisce, che cattura e resta, spesso senza spiegazione. Le fotografie di Esposito oscillano tra questi due poli: sono composte con attenzione, ma capaci di lasciarsi attraversare dall'inatteso.
Il suo sguardo si è formato anche grazie al confronto con i grandi nomi della fotografia teatrale italiana: Maurizio Buscarino, Tommaso Le Pera, Marcello Norberth, Fabio Donato. Di ognuno sembra aver assorbito qualcosa — la forza evocativa, la compostezza, la vicinanza umana, la riflessione visiva — rielaborando questi stimoli in una voce personale, mai gridata, mai compiaciuta.
Un esempio di questo approccio è il lavoro realizzato per La cupa, capolavoro assoluto di Mimmo Borrelli. Un testo potente e oscuro, scritto in versi, che racconta la faida tra due famiglie di scavatori di tufo, affondata nelle tenebre di un Sud ancestrale e ancora vivo. La cupa è il sentiero ombroso tra le cave, ma anche il buio stesso che avvolge la vicenda, tra tradimenti, sangue e mito. In questo contesto le fotografie di scena di Esposito non illustrano, ma attraversano il buio, ne restituiscono il peso, la tensione, l'umanità ferita: ogni scatto sembra cogliere non solo l'azione, ma l'eco profonda delle parole, il silenzio che le segue, la materia viva del teatro.
Nelle sue immagini c'è una tensione silenziosa, un rispetto profondo per la scena e per chi la abita. Non c'è desiderio di stupire, ma volontà di comprendere. È uno sguardo che non invade, ma accompagna. E oggi questo è un gesto raro.
